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Murales

di Giovedì, 08 Maggio 2014 - Ultima modifica: Martedì, 19 Agosto 2014
Immagine decorativa

Da qualche anno il centro storico di Nago si è abbellito con la realizzazione di tredici murales che raffigurano, tranne qualcuno, le arti e i mestieri di un tempo. L'idea è venuta ai ragazzi del Gruppo popolare 900, ora sciolto, nato nel 1992 dall'unità d'intenti di otto giovani che volevano un sodalizio in grado di dar vita ad appuntamenti culturali di vario genere, dalla cinematografia al teatro, dalla musica alla pittura.

I Murales sono stati realizzati fra il 1996 ed il 1998 per mano di alcuni giovani artisti per la maggior parte locali. Gli affreschi hanno visto la luce sulle pareti di alcune case private grazie alla disponibilità dei legittimi proprietari che hanno messo a disposizione i muri per un minimo di tre anni.

Guida ai Murales di Nago:
1. I giochi - Casa della Comunità
Sulla facciata est dell'edificio, Ivan Maggi, unico artista naghese partecipante alla rassegna pittorica ha realizzato "Giochi in una piazza in festa". Questo è l'unico murale che non rappresenta un omaggio alla memoria e alle tradizioni, ma vuole invece essere un richiamo alla nuova dimensione di spazio ludico e d'incontro rivestita dalla zona racchiusa fra la casa della comunità e la parte posteriore dell'antica chiesa parrocchiale di San Vigilio.
2. Mons. Rosà e Mazzoldi
Sulla facciata posteriore del teatro parrocchiale, il grande murale che commemora i due vescovi missionari, fatto eccezionale per una comunità di appena mille anime, nati a Nago sul finire del 1800: mons. Maurzio Rosà (Nago 1888 - Vicenza 1961) e mons. Sisto Mazzoldi (Nago 1898 - Kenya 1987). Già una prima occhiata al murale è sufficiente per capire quale parte del mondo scelsero per portare il Vangelo: l'Africa con i volti scuri dei nativi per il vescovo Mazzoldi, la lontana Cina con i mandarini e le pagode per il vescovo Rosà; al centro della raffigurazione, a ricordare la loro comune origine, un panorama di Nago.
3. Il calzolaio
Il terzo murale rappresenta un omaggio alla vecchia arte del ciabattino. 
4. Il "Pesaròl" (la pesa pubblica)
Il "pesaròl" è una grossa pietra cilindrica del peso di alcuni quintali, ora utilizzata come pianerottolo di una scala esterna, che la tradizione vuole facesse parte di un'antica pesa per i carri e per carichi molto pesanti. La stessa ipotesi che ci propone anche il murale realizzato proprio sopra di esso dalla torbolana Tiziana Giammetta.
5. Il forno
Sotto il portico di via dei Forni, così chiamata per la presenza, un tempo, di alcuni forni per la cottura casalinga del pane posti esternamente alle case. Ubicato proprio sopra l'unico forno rimasto, appena iniziata la via, troviamo il quinto murale che raffigura un fornaio intento a cuocere il pane.
6. La masera e il tabacco
Poco prima di giungere all'antica chiesa di San Rocco, sulla sinistra, alziamo lo sguardo per osservare il murale dedicato allo scomparso mestiere della lavorazione delle foglie di tabacco. Questa industria, che diede lavoro a molta manodopera soprattutto femminile, fu attiva a Nago dalla fine del 1800 fino ai primi anni del 1960, dopo di che fu abbandonata per l'invincibile concorrenza dei paesi orientali.
L'edificio sul quale è realizzato il dipinto è ciò che resta delle due "masere" (edificio per l'essicazione e macerazione del tabacco) sorte in paese nel 1922. La prima era situata nella grande costruzione, ora trasformata in residence, ad esso attaccata, mentre la seconda, pure trasformata in abitazione, si trovava in contrada Portadosso.
7. La vendemmia
Il sesto murale è dedicato al momento della vendemma, quando ancora l'occasione era una festa per tutti e l'uva si pigiava nei tini con i piedi.
8. Il pastore
Lungo la stradina verso il "Doss", così chiamato in quanto punto abitato più elevato del paese, subito dopo averlo superato, rivolgiamo il nostro sguardo a sinistra alla facciata di una caratteristica casa con un bel cortile lastricato e osserviamo il murale che rievoca il mestiere del pastore. In realtà, più che le pecore raffigurate nel dipinto, le vere protagoniste dell'attività pastorizia in paese erano le capre. Nel periodo compreso fra le due guerre mondiali se ne contavano oltre cinquecento. Non mancavano le famiglie che possedevano una sola capra, ma mediamente ogni famiglia, per la quale rappresentavano un'assoluta necessità, ne possedeva quattro o cinque. A fronte di un misurato bisogno di spazio e di cibo esse fornivano il loro preziosissimo latte che ha fatto crescere intere generazioni di bambini. La loro presenza numerosa richiedeva la presenza di un pastore, il capraio, che veniva nominato ogni anno dalla rappresentazione comunale e il cui compito, oltre che di custodirle, era quello di portarle a pascolare in luoghi dove non potessero fare danni.
9. La battitura del grano
Proprio di fronte a piazza Portadosso, ufficialmente piazza Bronzetti, si vede il murale che ci riporta al momento della battitura del grano. Nei fatti, la produzione di frumento fu predominante nel Trentino solo fino al 1700 in quanto fu posta in secondo piano, nel secolo successivo, dalla produzione del granoturco importato dall'America già tre secoli prima. Poco o tanto che fosse, comunque, la lavorazione del frumento dall'età medioevale a quella moderna è sempre avvenuta seguendo le stesse fasi: dopo la mietitura con falcetti, il cereale veniva raccolto in covoni e trasportato nelle case dove rimaneva a seccare per parecchi giorni, successivamente, ed è quello che raffigura il nostro murale, avveniva la trebbiatura, cioè la separazione dei chicchi di grano dalla pula, tramite la battitura delle spighe col correggiato sulle grandi aie delle case contadine. Tali aie, come ad esempio quella prospiciente il murale, erano pavimentate con lastre di pietra posate il più perfettamente possibile al fine di realizzare una superficie regolare ed efficace per la battitura. Di cortili così lastricati a Nago se ne trovano una decina.
10. "El broz" che scende dal Baldo
Lungo via Monte Baldo, troviamo a sinistra, sul muro dell'antica casa Mazzoldi con il suo artistico camino sul tetto, il decimo murale. In esso rivive il mezzo di trasporto più usato in montagna dall'antichità fino all'avvento dei mezzi meccanici e di nuove strade più comode negli anni 60 e 70 del secolo scorso; uno speciale carretto a due ruote e a trazione animale, comunemente detto in tutto il Trentino, "broz". Essendo le strade di montagna sempre accidentate, ripide e tortuose e quindi non praticabili dai carri a quattro ruote, l'uso di questi mezzi leggeri a due ruote per il trasporto a valle di fieno o altro materiale si rendeva obbligatorio. Il piano di carico del broz veniva quindi realizzato direttamente sul monte con l'utilizzo di due grossi e lunghi pali (palanchi) e di un paio di traverse sulle quali era adagiato il carico che, opportunamente legato, veniva portato con funzionamento a strascico verso valle. Testimone di questa attività è, sul monte Baldo, la vecchia strada detta appunto "dei brozi" che porta impressi nel suo selciato i solchi dovuti al secolare passaggio di carri.
11. Veneziani con le barche
Dove inizia la strada che, unica per secoli, univa Torbole con Nago, ci imbattiamo nell'unico murale che non intende rievocare un mestiere scomparso ma bensì uno straordinario avvenimento storico: quello notissimo delle "Galeas per montes". Protagonista ne fu la Serenissima repubblica di Venezia che impegnata dal 1438 nella guerra contro il ducato di Milano, doveva portare aiuto alla città di Brescia assediata dal nemico. Preclusa la possibilità di passare attraverso la pianura Padana controllata dai milanesi, l'unica via d'accesso restava il lago di Garda. Ecco quindi che nel novembre 1438 sei galee e venticinque imbarcazioni più leggere risalirono l'Adige fino a Mori. Qui la flotta fu levata dal fiume e trainata con l'aiuto di numerosi buoi nel lago di Loppio. Con grande sforzo la si dovette quindi issare fino a superare il passo di San Giovanni, attraversare la piana di Nago ed infine far scendere con enormi difficoltà verso Torbole attraverso la valletta di S. Lucia che si apre alla nostra sinistra sotto le rovine di castel Penede. Nel porto del piccolo centro gardesano la flotta fu rimessa in sesto e varata nel febbraio 1439.
12. La stalla a far "filò"
Imboccata via Castel Penede, al primo slargo che si incontra, sul muro di casa Rosà, troviamo il murale che ricorda l'antica usanza del filò nella stalla. Le famiglie contadine trascorrevano le serate invernali in stalla, a far filò. Chi giocava a carte, chi fumava la pipa, chi raccontava storie, mentre le donne, nonostante la poca luce, erano occupate a lavorare a maglia, tutti immersi nel caldo umido del fiato bovino, mescolato a odori non proprio gradevoli. Qualche pia donna intonava il rosario accompagnato dalle tacite invocazioni di ognuno. La conversazione in stalla formava l'unico passatempo dopo cena prima che arrivasse la tv. 
13."M.A.R." trenino
L'ultimo murale, un pò isolato rispetto al circuito nel centro storico è stato realizzato sul muro di casa Rigatti, ultima casa del paese prima di imboccare la discesa per Torbole, stretta fra via Scipio Sighele e la statale. Quest'ultimo murale ci ricorda la presenza, un tempo, del piccolo trenino a scartamento ridotto della M.A.R., acronimo di Mori-Arco-Riva, ossia il tragitto che la sbuffante locomotiva a vapore con i suoi pochi vagoni percorreva quotidianamente. Il servizio fu attivo dal 1891 al 1936 e negli anni a cavallo dei due secoli il trenino trasportò i primi turisti nordici che sceglievano il Garda richiamati dal suo fascino e dal clima mite che già avevano attirato artisti e poeti. La lunghezza della M.A.R. era pari a 24 Km, che il convoglio percorreva in circa un'ora e mezza, con una velocità massima di 25 Km/h. Nel 1936 le Ferrovie Italiane, che avevano in gestione la linea, ne decisero la dismissione e la sostituzione con una linea di autobus.